Domenica 11 marzo 2018
GIORNATA DELLA MEMORIA A RAVENSBRÜCK
Mahn- und Gedenkstätte Ravensbrück

 

Discorso di saluto della Dr.ssa Edith Pichler
Presidenza del Comites Berlino 
 
"Ci fa piacere vedervi così numerosi in questa giornata dedicata alla Commemorazione delle donne di Ravensbrück e di tutte le donne vittime di persecuzioni e violenze, purtroppo che avvengono ancora in tanti diversi Paesi.

Il Comites Berlino Brandenburgo negli ultimi anni ha promosso diverse iniziative legate alla memoria storica ovvero a quella che gli esperti definiscono cultura della memoria.

 

In concomitanza con l'8 marzo il Comites ha cosí deciso di ricordare le donne italiane (ma anche di altre nazionalità) imprigionate nel campo di concentramento di Ravensbruck perché partigiane o attive nella resistenza civile, perseguitate e deportate per motivi politici o perché ebre, o entrambe.

 

Ravensbrück come campo di concentramento era destinato, almeno nominalmente, alla rieducazione delle prigioniere donne non “conformi” (testimoni di Geova, Sinti e Roma, antinaziste di vari paesi) e via via trasformato in campo di sterminio. Dal maggio del 1939 al 30 aprile del ’45, sono passate da qui 130 mila donne, provenienti da 20 nazioni diverse e circa 90.000 vi morirono.

 

Un Lager per lungo tempo tenuto ai margini della storia perché, come scrive l'autrice Sarah Helm: "il campo era relativamente piccolo, non rientrava nella narrativa dominante dell’olocausto, molti documenti furono distrutti, inoltre il lager è stato per anni nascosto dietro la cortina di ferro”. Ma tra i motivi che hanno portato Ravensbrück a rimanere nascosto, vi è anche la riluttanza delle vittime a parlare. “Chi è riuscita a tornare a casa, spesso si vergognava per quello che aveva subito, come se fosse stata colpa sua. Ravensbrück era la capitale dei crimini contro le donne.” Le violenze atroci perpetrate nel lager, infatti erano specifici, crimini di genere, tra i più comuni, sterilizzazioni, aborti forzati e stupri.  I crimini commessi qui non erano solo crimini contro l’umanità, ma crimini contro le donne.

 

Nel libro “Le donne di Ravensbrück” viene sottolineata la dura condizione delle italiane provenienti da uno stato fascista, fino al giorno prima alleato della Germania, arrivate nel campo nell’ultimo periodo della sua esistenza. Come tali avevano non solo difficili rapporti con le altre prigioniere ma vivevano una condizione di quasi doppia discriminazione, che le rendeva “il sottoproletariato” all’interno del sistema Lager.

 

Cosi descrive Primo Levi le condizioni in cui si vennero a trovare le deportate: “Le deportate erano, nel migliore dei casi, estenuati animali da lavoro e, nel peggiore, effimeri "pezzi d'immondizia". Ce lo confermano le pochissime a cui la forza, l'intelligenza e la fortuna hanno concesso di portare testimonianza».

 

Concludendo in questo luogo della memoria le persecuzioni nei confronti delle donne e dei loro figli e il sacrificio di queste donne protagoniste e martiri per costruire un futuro di civiltà, sia per noi di monito per un continuo impegno quotidiano in difesa della libertà, dei diritti civili e umani e contro ogni tipo di discriminazione in un Europa unita e democratica voluta dopo l’atrocità della Seconda Guerra dai padri fondatori e  dalle madri costruttrici  come Simone Veil deportata ad Auschwitz (sua sorella Denise attiva nella Resistenza francese fu deportata qui a Ravensbrück) e eletta nel 1979  Presidente del primo Parlamento Europeo."

 

Dr. Edith Pichler, 11 marzo 2018

 

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